Ivan Caso. Post Atomic Naples
Anteprima

Galleria Ivan Caso. Post Atomic Naples

Napoli, Corso San Giovanni a Teduccio. Quattro chilometri di ferro separano la città dal mare. Una barriera invisibile, che ha spezzato per sempre il dialogo fra la terra e l’acqua. Un’attrazione impetuosa fra due elementi opposti, fatta di boati, di echi e di sussurri.

Il passaggio a livello si apre e come uno stargate ti catapulta in una nuova finestra spazio‐temporale: la Napoli Est dell’era Post Atomica. Una striscia di terra che sopravvive alla deportazione di spazi vitali da parte del cemento. Una costa stuprata che porta turgida i lividi, infilzata dal ferro e dall’acciaio dei silos, squarciata dai motori e dalle ciminiere della centrale termo‐elettrica. Fantasmi di imbarcazioni, frigoriferi e forni giacciono inerti nelle vasche vuote dell’impianto di depurazione. In una nube di polvere sembra apparire lo spettro del comandante di un vascello fatto di cenere.

Anni di abbandono. Entropia che continua ad aumentare irreversibilmente, in perfetto accordo con una legge che vuole che tutto si trasformi prima o poi in una grande scoria inutilizzabile. Solo la natura prova a riappropriarsi di questa terra, reinventando la vita lì dove è stata piombata. Le radici spaccano l’asfalto, fiori gialli nascono fra cumuli di rifiuti industriali ed i gabbiani si annidano fra i rami di metallo. La forza e l’istinto naturale tentano di assolvere le nostre colpe.

Una faccia bruciata dal sole si avvicina. <<Guaglio’, a che ora tuorni? Tengo tutt’e posti prenotati!>>. È Ettore che assieme al nipote sorveglia sotto il suo ombrellone le auto dei pescatori. Una piccola barchetta colma di attrezzi per la pesca sta salpando dal Molo Vigliena per raggiungere le secche in mezzo al Golfo.
Ai lati della banchina i regi lagni dipingono le acque in un impasto colorato di pece e letame. Ma quale bonifica. Ma quale raccolta differenziata. La differenza la fa il mare. Ci restituisce in un grande sputo tutti gli scarti avidamente regalati, mentre i veleni se li tiene dentro, ingoiati da pesci ignari.

Sulla spiaggia i gazebo sono numerati e c’è chi li affitta da anni per l’intera stagione. <<Giuvino’, ‘e che ggiurnale site?>>. Sotto la “pagliarella” una famiglia si ripara dalla calura e si mette in bella posa per una foto ricordo.

Sabbia vulcanica, gomme di tir e petrolio denso si fondono ardenti in un nuovo tipo di catrame. Nero che si attacca ai piedi scalzi dei bambini accovacciati a giocare sulla riva, alla fila di canotti in bella vista per il noleggio, ai termos profumati delle mamme ed alla tintarella stampata sulla florida carne delle adolescenti.
Questo sputo di lido appartiene a pochi. A coloro che hanno la forza di resistere, di entrare nelle viscere di una terra malata. A coloro che hanno il coraggio di guardare i propri sogni dissolversi, colare a picco come un vecchio peschereccio squarciato da lunghe onde scure.

2 Comments

  1. Cinzia

    Dal coraggio di vedere i propri sogni dissolversi, forse, insieme all’incrocio di sguardi coraggiosi che condividono indignazione e delicatezza, forse, si possono scoprire profondità oceanica che superano l’evento della caduta a picco. La forza di resistere riesce a rendere in un’immagine la poesia dello sguardo che c’è dietro-nonostante-tutto, che ha la stessa sostanza di Fiore giallo e Gabbiano.

  2. Brunella

    Vado spesso a passeggiare su quello che doveva essere un lido,dove i bagni della villa dove spesso andava la Regina Giovanna , dovevano essere stupendi. Mi va di sognare a quei tempi, si era ignari di pensare che tutto doveva scomparire, come quasi un’ esplosione di una bomba atomica. Quando tempo dovrà ancora passare? Per tornare alla semplicità della vita che scorre senza alcun rimpianto?

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