Quel che resta del lavoro…
E’ possibile cogliere l’insicurezza in uno sguardo?
Tra le scintille di una saldatrice come sotto il sole delle serre o tra i banchi di una scuola di periferia, il lavoro non è più solo passione e fatica, ma anche appartenenza calpestata, privata non solo dei diritti o del salario, ma anche del futuro e dell’immaginazione.
Precarietà è questo: un tarlo che scava dentro e distrugge la stessa idea del lavoro, spogliato dalla sua capacità di modellare l’identità.
La persona diventa così risorsa, numero, strumento di lavoro da utilizzare fin quando è utile, fino al momento nel quale una crisi precipitata dall’alto non la rende esubero.
Nei ritratti “senza vita”, immobili, scattati dentro i luoghi di lavoro, rubati nelle pause, tra un turno e l’altro, quando la stanchezza rende difficile anche il pensiero, c’è uno spaccato della cittadinanza contemporanea, privata del suo soffio vitale.
Scheda tecnica
Il lavoro è composto da 8 ritratti a colori dei lavoratori in posa disposti sulle pareti montati su pannello e da tantissime immagini in b/n piccole che saranno posizionate sul pavimento della cella protette da fogli di plexiglass su cui si potrà camminare sopra.

