21, 22, 23 Maggio.Forte Prenestino
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Srebrenica: le donne e la memoria
La mostra ripercorre il reportage realizzato nel 2007 in Bosnia Erzegovina, incentrata sulle cicatrici che la storia di Srebrenica lascia ancora oggi, a più di dieci anni dalla pulizia etnica.
Barcellona.
Questo progetto rappresenta un sogno, dove la città ritorna a essere primordiale e curva.
Nel mio sogno o incubo……la città solitamente piena di gente e’ sola, abbandonata dalla gente che ,stanca di lei se ne andata per trovare posti migliori.
Tutti gli edifici e le zone fotografate sono nuove, di grandi società finanziarie, e costruiti in posti dove prima c’erano campi , spazi o luoghi di incontro sociale. Barcellona ha appena passato una grande speculazione edilizia e i grandi edifici si vedono crescere come funghi, il cemento avanzare metro per metro, e il poco verde scomparire fra il grigio.
Il mio bisogno di natura e verde (anche se amo la città) mi ha portato a vedere tutte le nuove città come schemi già predisposti da tempo, schemi tutti uguali, che anche se cambi di paese o continente la idea di grande metropoli e sempre la stessa
Viviamo in schemi dove la gente fa quello che e’ la società vuole.
La mia ribellione interiore a portato a vedere Barcellona cosi.
Distorzionata dove possiamo tornare a situarci in un futuro lontano ma che assomiglia al brodo primordiale.
Per qualcuno può essere un sogno vedere Barcellona cosi per altri un incubo.
che ognuno decida dove vuole trovarsi…..
ho usato questa tecnica antica:pinhole che deforma l’immagine e da questo senso onirico dell’immagine.
Cercando anche attraverso del contrasto a far situare lo spettatore in un sogno……o incubo.
Ho intenzione di continuare questo progetto anche in altre metropoli del mondo dove sta accadendo quello che accade a Barcellona.
Il progetto è il racconto della mia esperienza al campo rom “casilino 900″.
Da febbraio 2008, con l’avvento delle elezioni del nuovo sindaco di roma, gli abitanti del casilino sono stati messi sotto i riflettori come strumento di propaganda.
L’allarme lanciato dal comune per l’emergenza igienico-sanitaria e le condizioni di vita dei Rom che abitano l’area da 30anni a questa parte, è stato preso di petto da entrambe le parti.
Chi aveva qualcosa da nascondere è fuggito, chi non aveva i documenti in regola, ha preso quanto più potesse prendere ed è emigrato all’estero, dove, dicono, le condizioni a loro offerte superano di gran lunga le “promesse” fatte in Italia.
Chi invece ha creduto nelle promesse, è rimasto, tenendo i denti stretti e subendo quanto io nella mia vita non avrei mai voluto vivere.
Lì, dove io più volte sono entrata da sola, e mi sono seduta a mangiare e a chiacchierare con i miei amici rom, qualcuno ha mandato un esercito di poliziotti a fare il censimento, ronde su e giù, in macchina e a piedi, bambini spaventati, donne e anziani che domandano a noi curiosi cosa sarà di loro.
Non una spiegazione, se non ” vi stiamo contando”, per poi arrivare con le ruspe e buttare giù una baracca qua e una là…spiegazione: “non c’è lo spazio necessario per far passare i mezzi di soccorso, minimo 7 m tra una baracca e l’altra”.
Al tramonto le ruspe vanno via, la polizia anche: si accendono i fuochi, perché la luce non c’è.
Arrivano gli studenti, le associazioni, a portare informazione all’interno del campo e per tutta la notte sono gli stessi rom a demolire le recinzioni delle proprie case per paura di non aver più un tetto l’indomani.
E così per settimane : in fondo, vedere la polizia fuori dal campo trasmette sicurezza ai cittadini, e uccide psicologicamente chi vi abita, alla stregua di un lager, motivo per cui molti hanno deciso di andarsene.
In mia assenza l’associazione Stalker ha portato avanti un progetto, che a luglio 2008 si è concluso con la costruzione di una casa simbolica “Savorengo Ker” la casa di tutti, costruita chiodo per chiodo da manovalanza rom, secondo tradizione.
Una costruzione che ha sollevato i morali, ma anche invidie e polemiche: polemiche che hanno abbassato la voce a novembre, dopo il misterioso incendio della casa.
Eppure c’è vita, ed io, quando ho potuto, l’ho fermata in qualche immagine.
L’aeroporto di Viterbo, intitolato al Tenente Pilota Tommaso Fabbri (1908-1936) caduto in Etiopia e Medaglia di Bronzo al Valor Militare, è un aeroporto militare, situato a 3 km a nord-ovest dal centro della città di Viterbo. L’ingresso è ubicato lungo la provinciale Tuscanese, a brevissima distanza dagli stabilimenti termali, dalle sorgenti idrominerali (Bulicame e altre), dall’orto botanico dell’Università della Tuscia e dalla necropoli etrusca di Castel d’Asso. Il 26 novembre 2007 l’aeroporto di Viterbo è stato ufficialmente scelto dal Ministero dei Trasporti come futuro scalo civile, destinato a diventare il terzo scalo passeggeri del Lazio, dopo Fiumicino e Ciampino.
Ombre
Mio nonno, quando da piccolo gli chiesi che cos’era un’ombra, mi disse che era l’anima delle persone!
Ho voluto realizzare questi scatti con gli occhi di un bimbo, che osserva per la prima volta incuriosito un gioco di luci, cercando con la fantasia di dare vita ad un’ombra.
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